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LIBRI

Alberto Castoldi



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L’IMMAGINARIO DELLA LETTURA

L’esordio di Se una notte d’inverno un viaggiatore di Italo Calvino indugia sulla necessità che si stabilisca la più ampia sintonia fra testo e lettore tramite una totale disponibilità, innanzitutto fisica, di quest’ultimo nell’accingersi all’atto di lettura. Questa donazione di sé al testo dice del carattere totalizzante della lettura, segnala che si sta abbandonando il proprio mondo quotidiano, per entrare in un’altra dimensione, che ci stacchiamo da amici e familiari per incontrare di volta in volta strani personaggi, che si trovano solo in questo mondo particolarissimo, fatto di scrittura: Ulisse e le Sirene, Paolo e Francesca, Amleto, Don Chisciotte… Tutto il mondo esterno viene annullato, solo noi siamo chiamati a navigare in questo spazio che appartiene solo a noi, impenetrabile agli altri. Proust era infastidito quando, immerso nella lettura, veniva sollecitato per pratiche meno seducenti come il fare colazione.

Il carattere tutto privato dell’operazione di lettura, che autorizza ad “assentarsi”, almeno a partire dal momento in cui si è andata imponendo la lettura mentale, non ad alta voce come era consuetudine (Ambrogio stupisce per aver adottato fra i primi questa soluzione), è una delle ragioni che hanno indotto nel passato il mondo maschile a cercare di ostacolare, o addirittura impedire, in ogni caso a sconsigliare la lettura alle donne. Si faceva riferimento alla personalità del mondo femminile, ritenuta più fragile, più suggestionabile, più esposta agli influssi della “cattiva” letteratura. Rousseau sconsigliava alle fanciulle di leggere La Nouvelle Héloïse, Flaubert porrà all’origine delle infelici vicende di Mme Bovary il suo eccesso di identificazione con i testi romantici di cui si era nutrita. Ciò che inquieta di fatto il mondo maschile è proprio l’impossibilità di seguire il femminile nelle sue evasioni nella lettura, Il tempo della lettura comporta la possibilità “legittima” di sottrarsi alle incombenze del mondo “reale”, gestito dal mondo maschile e dalle sue norme. Di qui anche la valenza trasgressiva che assume la lettura e a maggior ragione la scrittura. Virginia Woolf si batterà per “una stanza tutta per sé”, dando configurazione spaziale allo spazio mentale, per far sì che entrambi diventino estroflessione del suo io.

Una conferma molto significativa ci viene dalla ritrattistica volta a cogliere l’atto di lettura. Mentre il mondo maschile fa della lettura un’attività lavorativa, professionale, che gli conferisce autorevolezza, il femminile, invece, è colto sostanzialmente in un atteggiamento di abbandono che evoca il piacere fine a se stesso, o l’evasione nella “rêverie”, l’atteggiamento “sognante”. Per lo più il femminile legge in un ambiente chiuso, il proprio “cabinet” o la camera da letto, ed in questo caso può anche essere nuda, o comunque discinta, ad indicare una situazione di intimità. Se non sta leggendo, ma tiene in mano un libro, o ne custodisce accanto a sé, allora il suo atteggiamento è sognante. Esemplare al riguardo Sogni di Vittorio Matteo Corcos (1896).

Per contro il rapporto con il libro ha generato, soprattutto ai giorni nostri, anche un atteggiamento fortemente ironico: il libro può essere anche fortemente conflittuale con la nostra società, può essere una minaccia, può ridicolizzarci o metterci in discussione. In tutti questi casi il protagonista è maschile, l’ironia sembra escludere la presenza del femminile. Il femminile, d’altronde, è percepito piuttosto come una minaccia per i libri, le biblioteche, come avviene nell’Auto da fé di Elias Canetti. I libri affollano la nostra testa, divenuta un puro contenitore di libri-sardine (Contemori), testa che si traduce in una sorta di trita-libri da cui escono linguaggi confusi. Viviamo su una sorta di Stonehenge di libri (Contemori), in preda alla frenesia di leggere avvalendoci sia delle mani che dei piedi (Contemori) e della nostra testa come strumento di illuminazione (Dariush). La testa stessa si fa libro, e incorpora il segnalibro (Kambiz), ma alla fine tutto ciò finisce col renderci dei perfetti automi-rocchetto che si vanno palleggiando i libri (Fadda). Si scrivono a tal punto tanti libri, che ci si deve avvalere di una molteplicità di mani come se fossimo delle divinità indiane (Bucchi), scriviamo anche con i piedi (Ro Marcenaro), regoliamo i sentimenti a piacere in una sorta di idraulica delle emozioni (Bucchi), e ci facciamo guidare alla cieca da cani-penna (Bucchi), così che si è costretti nelle nostre letture a pescare a casaccio. I libri richiedono di essere continuamente alimentati da parole, e per questo svolazzano attorno a noi come uccellacci, arpie che nutriamo di un becchime adeguato, le lettere (Bucchi), ma le lettere a loro volta possono ribellarsi, se disturbate, e inseguirci come api cui sottraiamo il miele (Bucchi). L’unica soluzione è venire a un compromesso, cancellare una parte del testo con il tergi-pagine (Bernacca), tanto più che la lettura può sorprenderci indubbiamente, se il libro si spalanca di fronte a noi (Biassoni), ma non costituisce un potenziamento della nostra persona (Staino).

Si vive letteralmente (letterariamente) in mezzo ai libri, in mezzo ad un mare in cui è arduo navigare (Contemori), sempre a rischio di fare naufragio in un vortice (Cecco), o travolti da una “voluminosa” ondata (Cecco). Il Conte di Montecristo cerca di evadere da una prigione o da un volume (Cecco)? In ogni caso i volumi sono talmente fragili che basta un soffio per annientarli, e basta che si gratti la copertina per vederne fuoriuscire le lettere (Shuto); peraltro i libri, come gli uomini, non possono sfuggire alla morte per consunzione (Topor). Ma è ancora Topor a segnalare il rischio della lettura, fino a divenire una sorta di “incubo”, rivisitando per l’appunto il Nightmare di Füssli.  I libri possono essere cattivi, soprattutto quando ci si avvale di Sade (Siné), i pennini possono addirittura uccidere (Kambiz) ed in ogni caso sono da sempre in conflitto, come avveniva nella celebre battaglia dei libri di Swift, e simpaticamente in Grandville e Pirella.

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